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Staminali Nello Spazio Per L’osteoporosi

Staminali nello spazio per l’osteoporosi

Esperimento del professore aquilano Maccarrone finanziato dall’Agenzia spaziale italiana ed europea e dalla Nasa

È di un professore-ricercatore dell’Aquila, l’esperimento, finanziato dall’Asi, l’Agenzia spaziale italiana, con la collaborazione dell’Agenzia europea e della Nasa e dell’Università Campus Bio-medico di Roma, per curare senza farmaci l’osteoporosi, una patologia che colpisce una persona su tre in media e in prevalenza donne, ma soprattutto è una patologia che colpisce gli astronauti.
Mauro Maccarrone, professore ordinario di Biochimica al Campus Bio-medico di Roma, sta portando avanti un esperimento che consiste nella riprogrammazione di cellule staminali in micro-gravità.
Professor Maccarrone, in cosa consiste l’esperimento?
«Ho prelevato delle cellule staminali dal mio sangue e, tramite appositi contenitori, sono partiti con un razzo dalla Nasa, il 14 agosto, con il lanciatore Space X-12 dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida, lo stesso che viene usato per far arrivare i viveri e altre necessità agli astronauti in missione. Sono state spedite sulla stazione spaziale Iss (International Space Station) e sono state prese in consegna dall’astronauta italiano Paolo Nespoli, in missione sulla stazione Kaza».
Qual è lo scopo dell’esperimento?
«Dal sangue si tirano fuori poche cellule staminali che possono diventare cellule capaci formare osso. In questo si possono usare queste cellule per riformare osso, senza l’uso di faremaci. Le cellule vengono reimmesse nel sangue del donatore tramite una trasfusione autologa. Avviene come nella dialisi, solo che lì si svuota il sangue per “lavarlo”; nel nostro caso, invece, avviene una vera trasfusione con le staminali che riescono a ricostruire l’osso nelle persone affette da osteoporosi».
Perché nello spazio?
«L’obiettivo principale è cercare una cura alternativa al farmaco per gli astronauti, quindi l’esperimento deve avvenire in mancanza assoluta di gravità e in condizioni di spazio notevolmente ridotte; le stesse condizioni in cui vive un astronauta in missione. Quando torna sulla terra, l’astronauta ha maggiori problemi di osteoporosi e la perdita di materiale osseo è molto frequente. Stiamo cercando un rimedio a questo, non perché i farmaci non siano efficaci, ma perché un’autotrasfusione crea moltissimi effetti collaterali in meno. E se l’esperimento avrà successo per gli astronauti, la nuova cura potrà essere estesa a tutte le persone colpite da questa patologia, che spesso è anche invalidante».
E l’esperimento a che punto è arrivato?
«Intanto chiariamo che si tratta del primo esperimento del genere ed è stato sviluppato con i miei collaboratori (le dottoresse Monica Bari, Alessandra Gambacurta e Natalia Battista). Paolo Nespoli ha voluto sapere tutto dell’esperimento, quando ha congelato i contenitori con le staminali nella stazione spaziale i cui moduli devono molto all’Italia. Sono state nello spazio circa un mese, a gravità zero, e sono tornate tramite una navicella della Nasa. Il nostro esperimento è stato scelto tra molti progetti presentati alla Nasa e all’Agenzia spaziale italiana ed europea, che li hanno valutati e, quelli ritenuti più interessanti, come il nostro, sono stati finanziati».
Quanti soldi ha avuto finora per l’esperimento?
«Il costo dell’esperimento è stato metà per attività di ricerca e l’altra metà per lo sviluppo industriale della macchinetta necessaria ad eseguirlo. Inutile dire che è motivo di orgoglio, per una ricerca tutta italiana. Anche i macchinari nei quali sono state ospitate le cellule, maneggiate da Nespoli, sono di un’azienda italiana, la Kayser Italia. Ora siamo entrati nella seconda fase. Tra qualche settimana sapremo con certezza se il meccanismo che deve “rieducare” le cellule staminali nello spazio ha funzionato, secondo come da noi supposto. In caso positivo, occorreranno altri finanziamenti – e di una certa entità – perché passeremo alla fase di sperimentazione su campioni umani con diverso grado di osteoporosi. Il classico studio scientifico usato anche per testare i nuovi farmaci».
Ma con la differenza che in questo caso non si tratta di un farmaco.
«Se l’esperimento riuscirà, sarà un approccio totalmente diverso da quelli in uso per curare l’osteoporosi, in prima battuta degli astronauti e poi per chi ne soffre sulla terra».

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